I familiari delle vittime incontrano Benedetto XVI nel paese distrutto
Si va nel tendone grande a fare colazione. I volontari della
protezione civile del Lazio sono di una efficienza che
sbalordisce. Fuori la pioggia non dà un momento di tregua.
Scatta il cosiddetto piano B. Tutti nel tendone adibito a chiesa.
E' lì che andrà il Santo Padre. Ci sono le suore e i sacerdoti. Si
recita il rosario mentre gli uomini dell'organizzazione si danno da
fare per rendere l'accoglienza il più dignitosa possibile.
Mi mettono in prima fila ma avrei preferito stare fuori, magari
sotto la pioggia e senza ombrello, ad attendere il Papa insieme a
Domenico e Maria Paola, i miei figli. Mi si avvicina una suora e mi
dice: loro sono lo stesso qui con te. Non rispondo. All'improvviso
mi mancano le parole.
Intorno alle 10 il piano B viene messo da parte. La pioggia sembra
meno fitta. Bisogna uscire all'aperto. C'è chi protesta.
Giustamente. I parenti delle vittime hanno ancora una volta
l'impressione di essere solo parte di uno spettacolo. Macchine
fotografiche e telecamere si affollano come sempre. Non sono certo
io a meravigliarmi. Sono colleghi che lavorano. E il Papa non è un
personaggio qualsiasi.
Quando l'uomo vestito di bianco scende dalla macchina la tensione
degli uomini della scorta è al massimo. Garantire la sicurezza in
quelle condizioni è una impresa. Ci scappa anche qualche spintone.
Il Papa chiede di incontrare soprattutto gli sfollati e stringe
mani, bacia i bambini, ha per tutti una parola di conforto. Poi
tocca a me.
Il parroco di Onna, don Cesare Cardozo indica al Pontefice: questi
due genitori hanno perso i loro figli. Benedetto XVI ha una
espressione di sorpresa e dolore. Mi guarda fisso negli occhi e per
un momento mi sento quasi rassicurato.
Se il Papa è qui con me, adesso, è il segno che in questa immensa
tragedia non siamo stati abbandonati.
Chiede: come si chiamavano? Erano con voi quella notte? Ci dà
parole di conforto. Lo ringraziamo. Più in là ci sono altri
genitori col cuore squarciato. E' un altro rosario. Un rosario di
morte.
Quando il pontefice risale in macchina e parte verso L'Aquila, i
colleghi di giornali (anche stranieri) e tv si scatenano. C'è la
caccia all'onnese da intervistare. Tutti a chiedere che effetto fa
vedere il Papa a Onna. La risposta è, più o meno, sempre la stessa:
un segno di speranza in un incubo senza fine. Ma sotto sotto un
timore resta: che a riflettori spenti Onna sia dimenticata.
Sarebbe un altro terremoto. Più devastante del primo.
Inviato da manuela8512
il 06 maggio 2009 alle 12:16