Il pudore delle lacrime

    di Giovanni d'Alessandro Non era per una Pasqua così che avremmo voluto sentir nominare l’Abruzzo da tutti i media del mondo. Non era per una Pasqua così che avremmo voluto vedere le massime cariche dello Stato annullare ogni impegno e accorrere ai funerali, celebrati ieri fuori di una città che non è più una città, bensì una spettrale successione di vie deserte, ingombre di macerie. Non era per una Pasqua così che avremmo voluto sentire parole riservate dal Papa, dal cardinal Bertone e dal vescovo Molinari all’Abruzzo, in una via crucis, tra file di bare, ognuna delle quali era una «posta» attuale di dolore. Non era per una Pasqua così che avremmo voluto veder sciogliersi il cuore di roccia di una rockstar la quale, nell’inviare un assegno a sei cifre, si è occupata del paese di origine della sua famiglia, Pacentro, felice, grazie a Dio, che sia intatto.

    L’Abruzzo ha dunque dovuto, ancora una volta, assistere a funerali collettivi prodotti dal terremoto. Come tre secoli fa all’Aquila e a Sulmona, con i tremila morti del 1703 e mille del 1706, per tacere del più terrificante sisma, quello della Marsica del 1915, che ne causò trentamila. Si sperava, si implorava tacitata la storia con queste devastazioni, che invece si sono ripresentate nell’anno del Signore 2009. Di fronte alla catastrofe, la società del Terzo Millennio con le sue virtuali sicurezze è stata cancellata di colpo. L’homo technologicus è stato restituito alla fisicità del suo soffrire e morire, del piangere e del non avere più una casa, della perdita d’identità e dello sfollare, come in guerra. I funerali visti ieri sembrava
    no, infatti, di guerra, con l’affilata di bare nella piazza d’Armi dell’Aquila. Comunicavano un angoscioso déja vu: quello visto dopo Nassiryia, quello visto, più spesso, negli Stati Uniti, quando gli Hercules scaricano le bare, lì coperte da bandiere, qui da fiori.

     Tanti fiori, che punteggiavano lo spiazzo con le cinquemila persone, come un prato. Il dolore è stato composto, gli abruzzesi sanno di essere sempre in una non dichiarata guerra. Con un nemico invisibile, invincibile e che porta il suo attacco mortale da sotto terra, senza distinguere tra belligeranti o civili, e che affila, accanto alle bare degli adulti, piccole bare bianche che un drappo sarebbe troppo grande per coprire. Un’immagine ha fatto il giro del mondo. La minuscola bara bianca sulla bara scura più grande. Non sarebbero state bene una accanto all’altra. Era giusto che stessero così, unite come il corpo generante e il corpicino generato erano stati fino a pochi giorni fa, a scambiarsi carezze. Una bara piccolissima. Una bara da neonato. Una bara da bambola, a chi potrebbe venire in mente di realizzare una bara da bambola? Solo il terremoto del 2009 doveva farci stringere il cuore con le sue straziate creazioni. Di fronte a tutto ciò, gli abruzzesi hanno dato prova di un dolore composto, ingoiato e devastante. Le autorità presenti per il loro doveroso compito, con i lampi dagli occhi del presidente della Repubblica Napolitano, il quale l’altro ieri ha tuonato sulle responsabilità di chi ha costruito in una zona di massima sismicità, dieci anni or sono, case e ospedali sbriciolatisi come biscotti; le lacrime dell’ex presidente Ciampi, nel suo amato Aquilano che lo vide in fuga dai tedeschi, sessantasei anni fa; le mani giunte davanti al viso di Berlusconi erano, in definitiva, tutte immagini non abruzzesi.

    La mentalità di questa terra è più espressa dalle parole del vecchio senza lacrime che, intervistato, fa la conta dei suoi morti. Come sa d’Abruzzo quel volto, capace di spaccarsi in due, aprendo una faglia nell’anima prima di dar spazio ai propri sentimenti. Il pudore, da noi, è più forte anche della morte. Dieci giorni fa, in tutte le città e i paesi d’Abruzzo erano stati affissi i manifesti che invitavano a partecipare alla solenne processione del Cristo Morto all’Aquila. Dov’è la città, dove il suo circondario? Questa terra ha visto una processione di bare sovrapporsi alla processione del Cristo Morto.
    11 aprile 2009
     

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