Consiglio di sicurezza, Roma tesse la sua tela per contare

L’opinione

ANDREA SARUBBI

Con il primo Consiglio di sicurezza del 2017, convocato al Palazzo di vetro nelle prossime ore, l’Italia siede per un anno nella stanza dei bottoni. È un club ristretto con cinque membri permanenti (quelli che si misero d’accordo a Yalta, dopo la fine della seconda guerra mondiale) e dieci a rotazione. Noi siamo naturalmente nel gruppo dell’alternanza, e nel frattempo ci battiamo per cambiare le regole del gioco: chiediamo per esempio che i permanenti siano allargati, che si trovi una poltrona fissa per l’Unione europea, che si riformi il meccanismo del veto capace di bloccare ogni decisione. Nel frattempo ci godiamo il nostro turno, a metà con l’Olanda: quest’anno noi e nel 2018 loro, visto che le votazioni dell’Assemblea generale a fine giugno si erano chiuse in pareggio.

Arriviamo in Consiglio sapendo già che, nel breve periodo, le possibilità di cambiarlo sono pressoché nulle. Francia e Gran Bretagna non rinuncerebbero mai ai loro privilegi (per quanto ingiustificati, a decenni dalla fine dell’era coloniale); Stati Uniti, Russia e Cina temerebbero di vedere annacquato il proprio peso, con l’ingresso di Paesi dall’Africa o dall’America latina. L’unica cosa che si può ragionevolmente modificare dell’Onu, in tempi ristretti, è la sua struttura burocratica, troppo pesante per un’istituzione che ha bisogno di muoversi in fretta in risposta alle crisi; per questo si confida nel nuovo segretario generale, il portoghese António Guterres, che proprio ieri ha raccolto il testimone dal sudcoreano Ban Ki-Moon.

Guterres è un tipo in gamba e, soprattutto, un politico di grande esperienza. Per sei anni e mezzo è stato primo ministro del suo Paese, per altri dieci e mezzo Alto Commissario dell’Onu per i rifugiati; nessuno avrebbe scommesso sulla sua elezione - le turnazioni geografiche attribuivano quel posto a un candidato dell’Europa dell’est, possibilmente una donna - ma durante le audizioni si è dimostrato forse il più competente. E l’Onu, che conosce da vicino le proprie debolezze, ha deciso di mettersi nelle sue mani per tentare di uscire da una situazione piuttosto complicata.

La cornice internazionale è riassumibile in un numero: i 65 milioni di “persone in movimento” (sfollati, rifugiati, richiedenti asilo, migranti economici) che costituiscono l’emergenza umanitaria più drammatica dalla fine della Seconda guerra mondiale. L’Italia ne sa qualcosa, ma non è certo il Paese più colpito: la gestione degli enormi campi profughi in Libano e Giordania richiede risorse superiori a quelle che gli stessi Paesi possono permettersi; poi ci sono i negoziati in corso per la gestione dei flussi, e i vertici tenuti in questi mesi non sono riusciti a trovare una soluzione definitiva.

Le altre emergenze si chiamano, per esempio, Siria e Libia, ed è qui che nell’ultimo periodo la debolezza del Palazzo di vetro si è sentita parecchio. Le Nazioni Unite hanno arrancato, paralizzate dall’incrocio di veti tra Washington e Mosca, e il risultato politico più interessante - l’accordo sull’estensione della tregua a tutta la Siria, raggiunto da Russia e Turchia con l’Iran alla finestra - è stato raggiunto fuori dalla cornice dell’Onu, che solo dopo ha ratificato il tutto con una risoluzione. Se Guterres non riuscirà a riportare le Nazioni Unite al centro, il rischio di un’emarginazione sarà reale; e quando le decisioni chiave si prenderanno a livello bilaterale o trilaterale, il sogno di una famiglia dei popoli finirà in un cassetto.

Le grandi frizioni politiche alla fine dell’era Obama - da quella con Israele, proprio in sede Onu, a quella con la Russia - dimostrano dunque la fragilità del momento e chiedono uno sforzo supplementare di mediazione. L’Italia ha già dichiarato più volte che, durante quest’anno nel Consiglio di sicurezza, cercherà di tessere una tela: con la Russia non abbiamo mai rotto davvero (in sede europea, ad esempio, siamo stati più moderati rispetto a Francia e Germania sulle sanzioni a Mosca per la Siria) e sul Medio Oriente siamo considerati storicamente un interlocutore affidabile. Faremo di tutto per una soluzione in

Libia, la cui instabilità è una minaccia reale anche per noi, e cercheremo di spostare l’attenzione sul Sahel, campo d’azione di organizzazioni terroristiche da dove partono traffici di droga, armi ed esseri umani. Sarà solo un anno, insomma, ma sarà lunghissimo.

. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

TrovaRistorante

a Pescara Tutti i ristoranti »

Il mio libro

LA PROMOZIONE

Pubblicare un libro gratis