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lunedì 22.03.2010 ore 12.31
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In quelle gallerie vidi l’orrore in faccia

Silvio Di Luzio, l’abruzzese che scese nella miniera in fiamme
I l 17 ottobre del 2002, il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi e i reali del Belgio hanno visitato la miniera-sacrario Bois du Cazier di Marcinelle, sobborgo della città belga di Charleroi. Era la prima volta che un Capo di Stato italiano visitava l’ex miniera. La visita di Ciampi era un atto di risarcimento verso le vittime e le famiglie spesso dimenticate.

Quel giorno Ciampi, proseguendo quel viaggio nella memoria che ha caratterizzato il suo settennato, volle incontrare, nella vecchia sala comando-motori della miniera Bois de Cazier, Silvio Di Luzio. Abruzzese di Torricella Peligna, Di Luzio in Belgio è un eroe nazionale. Nel 1958, il Re gli consegnò la più alta onorificenza civile. Il 17 ottobre 2002 Silvio Di Luzio, pochi minuti prima di incontrare Ciampi ci rilasciò l’intervista che oggi ripubblichiamo. Silvio Di Luzio è scomparso il 26 giugno del 2005 in Belgio, per una grave crisi polmonare. Ha voluto essere cremato. MACINELLE. Il re Baldovino, nel 1956, pochi mesi dopo la tragedia, lo invitò nel suo palazzo per consegnargli la medaglia di “Cavaliere di Leopoldo II”.

Silvio Di Luzio, classe 1926 di Torricella Peligna, è l’unico reduce della squadra di salvataggio che si calò nella miniera in fiamme. Riuscì a salvare tre minatori. Altri tre li portarono in salvo i suoi colleghi dell’altra squadra. Poi le fiamme avvolsero anche il secondo montacarichi della miniera di Bois du Cazier, a Marcinelle, un sobborgo della città mineraria di Charleroi. E da quel buco scavato fino a 1035 metri, nelle viscere della terra, non uscirono che cadaveri. Il re dei belgi rimase sorpreso dal coraggio di questo abruzzese. E come riportano le cronache dei giornali del tempo, durante il pranzo reale, Baldovino gli chiese in italiano: «Non hai avuto paura?». E lui: «Sì, all’inizio sì, ma poi non ci ho pensato più, dovevamo salvare i nostri amici». «Bon courage», esclamò il sovrano salutando quel partigiano della Brigata Maiella, finito a lavorare in una miniera fianco a fianco coi prigionieri tedeschi, quegli ex soldati del Terzo reich che fino a pochi mesi prima aveva combattuto. Silvio Di Luzio, si è incontrato con il presidente della repubblica, Carlo Azeglio Ciampi proprio nella miniera museo. Nella sala macchine dove si comandavano i motori dei montacarichi della «mina», come la chiamano qui. Di Luzio, che in questi anni ha avuto anche dalla Repubblica un riconoscimento, è commendatore. La proposta di dare un riconoscimento al partigiano l’ ha avanzata il ministro Mirko Tremaglia. Come c’è finito un partigiano nelle miniere del Belgio? «Come tanti. Per fame. Per disperazione. Per cercare una speranza di riscatto. Per potersi fare e mantenere una famiglia. Perché io nel 1943 quando sono entrato nella Brigata Maiella avevo 17 anni. Mi ricordo ancora come ieri la nostra prima incursione a Pizzoferrato. Poi ho fatto tutta la guerra di liberazione. Sono entrato a Bologna coi partigiani del comandante Troilo. In quel periodo noi eravamo trattati come i soldati anglo-americani. Certo c’era la guerra.


Ma vitto e sigarette non mancavano. Una volta tornato in paese nel 1945, invece, non avevo più nulla. C’era pure chi ci guardava male. Non c’era uno straccio di lavoro. La situazione era davvero triste. Al punto che dovevo chiedere cinque lire a mia madre per comprare le sigarette. Era davvero umiliante. Quindi, aspettavo la prima occasione per fuggire dalla miseria». E come seppe che in Belgio cercavano uomini? «Da un manifesto che misero in paese. Lì si diceva che chi veniva in Belgio avrebbe trovato un lavoro e quasi sarebbe diventato ricco. Io avevo 20 anni. Mi sembrava un sogno». E cosa fece una volta letto il manifesto? «Andai in Comune e mi iscrissi nella lista di chi voleva andare a lavorare in Belgio. A Torricella in 38 fecero come me. Tutti giovanissimi. Mo’ sono tutti morti, chi nelle altre miniere e chi per gli acciacchi di quel lavoro da bestie che abbiamo fatto allora. Io ringrazio la madonna. Sono vivo. Ho una famiglia. Figli sistemati. La femmina si chiama Anna Maria. Il maschio Giuseppe è un ingegnere. Lavora in Venezuela come rappresentate di macchinari di una grande fabbrica Belga. Io e mia moglie, si chiama Ida D’Amico, è di Torricella pure lei, viviamo qui con la pensione belga e una miseria che mi arriva dall’I talia». Torniamo a quei giorni. A quel 1946. Come partì da Torricella? «In paese ci vennero a prendere con un camion. Salimmo sul ribaltabile in trent’otto. Il treno alla stazione di Chieti. Le visite mediche a Milano. Poi ci misero su dei vagoni piombati, per via del fatto che gli svizzeri volevano la garanzia che, attraversando il loro territorio, noi non saltassimo giù dal treno. Infine, l’arrivo qui a Marcinelle in bus e subito la miniera».
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