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lunedì 22.03.2010 ore 13.44
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I serpari e Alfonso Di Nola

Il rituale di San Domenico nel volume dedicato allo storico
di Ugo Perolino
E’ dedicato alla «cara memoria» di Alfonso Di Nola, nel decennale della morte, un ampio volume della casa editrice della Rivista Abruzzese curato da Lia Giancristofaro sul rito dei serpari, un tema etno-antropologico lungamente frequentato dal grande studioso del folclore e storico delle religioni, scomparso a Roma il 17 febbraio 1997, a 70 anni. Un libro a più voci dedicato alla festa di San Domenico abate a Cocullo, che si tiene il primo giovedì di maggio e rappresenta un quadro di cultura popolare dalle radici antichissime. Di Nola è stato un instancabile esploratore dell’A bruzzo contadino negli anni in cui la sua civiltà stava scomparendo sotto il peso dell’emigrazione e delle trasformazioni industriali. La vocazione alla ricerca sul campo si rende evidente fin dai primi studi sui preti operai.

Allo stesso tempo il suo interesse per il folclore è ispirato dalla riflessione gramsciana sulle culture subalterne. Della sua sterminata produzione scientifica sono da ricordare «Il diavolo«; l’ «Antropologia religiosa»,; la grande «Enciclopedia delle religioni», di cui ha redatto la maggior parte delle voci; «La preghiera dell’uomo»; «Gesù segreto»; «Maometto e l’Islam». Fin dagli inizi Di Nola intende situare l’indagine sul sacro all’i nterno dei processi di modernizzazione. Da questa impostazione, che considera il fatto religioso come un dispositivo simbolico, insieme sociale e psicologico, atto a mediare il dolore e il caos dell’e sistenza, trae un modello interpretativo valido su larga scala.

Le sue ricerche enciclopediche sull’antropologia della morte e del lutto («La nera signora», Newton & Compton) rappresentano una insuperata catalogazione delle articolazioni rituali e cultuali attraverso le quali le società umane addomesticano l’intrattabile alterità del morire. Ma la bellezza di quel libro monumentale è anche in una sua diffusa vena descrittiva, che offre allo studioso una molteplicità di approcci disciplinari. In ogni cultura, infatti, il rituale funebre serve ai viventi: «L’insieme degli atteggiamenti intorno alla morte», scrive Di Nola, «dal dolore alla trasformazione del defunto in antenato benefico, non riguardano il trapassato il quale, con il decesso, ha posto fine al suo ciclo biologico, e quindi alla coscienza del suo essere nel mondo. Sono, invece, fenomeni che attraversano il gruppo e la collettività che la morte dell’altro improvvisamente e drammaticamente richiama alla considerazione del proprio dover morire». «Il rituale di San Domenico» (a cura di Lia Giancristofaro, introduzione di Nicola Risio, fotografia di Paolo Gizzi, Editrice Rivista Abruzzese, 140 pagine, 30 euro) è un libro ampio e composito, realizzato in collaborazione con il Centro studi sulle tradizioni popolari di Chieti che a Di Nola è stato intitolato. Il libro raccoglie alcuni saggi etnografici di vari autori ed è arricchito da una significativa collezione di fotografie storiche e rare. I testi sono firmati da Di Nola, da Mario Santucci, Giuseppe Profeta, Nino Chiocchio e Ireneo Bellotta. «Il culto cocullese» scrive Di Nola, «come tutti i fenomeni di carattere popolare, nei secoli è stato soggetto a variazioni perché i quadri culturali popolari sono strutture viventi, che passano, come tutte le altre, attraverso fenomeni di trasformazione degli usi e dei significati».


Nell’antichità i Marsi erano considerati abili maneggiatori e dominatori di serpenti velenosi. La figura del serparo, poeticamente evocata da Gabriele D’Annunzio nella «Fiaccola sotto il moggio», rimanderebbe dunque alla cultura delle genti italiche. Ma su questo strato si sovrappone, probabilmente intorno al XVI secolo, la figura di un monaco taumaturgo, vissuto fra il X e l’XI secolo. Nella lettura proposta da Di Nola il rito cocullese rappresenta un esempio di sincretismo nel quale osservare la sussistenza di motivi religiosi arcaici nelle forme della tradizione cristiana. La stessa sopravvivenza del passato pagano nella religiosità cristiana si verifica in altri luoghi del Mediterraneo, ma è difficile ritrovare la medesima sintonia del rituale con il contesto socio-economico delle culture tradizionali. Nel rito di San Domenico gli «universi dispersi del mondo tardo-antico, con le taumaturgie dei serpenti», scrive Di Nola, «si fondono con una certa rinnovata tradizione cristiana, e il santo di Cocullo diviene una sorta di eroe mitico che, per il potere carismatico, consente ai pastori e ai montanari la dominazione sulla natura avversa, sui rischi ofidici, ma anche su quelli derivanti dai cani o dalle odontalgie o dai bruchi che invadono i campi». La plasticità delle formazioni culturali determina una certa stabilità nel mutamento. Il complesso cultuale di San Domenico ne è un esempio significativo. Le condizioni storiche in cui si è sviluppato, appaiono oggi del tutto superate. La finzione del rituale, ha però conservato un carattere difensivo e rassicurante contro i pericoli della natura e le incertezza della storia. Il rito di San Domenico. «Ogni anno la folla è densa e imponente. E il Santo, uscito dalla chiesa, avanza con difficoltà nella calca.
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