I serpari e Alfonso Di Nola
Il rituale di San Domenico nel volume dedicato allo storico
di Ugo Perolino
E’ dedicato alla «cara memoria» di Alfonso Di Nola, nel decennale
della morte, un ampio volume della casa editrice della Rivista
Abruzzese curato da Lia Giancristofaro sul rito dei serpari, un
tema etno-antropologico lungamente frequentato dal grande studioso
del folclore e storico delle religioni, scomparso a Roma il 17
febbraio 1997, a 70 anni. Un libro a più voci dedicato alla festa
di San Domenico abate a Cocullo, che si tiene il primo giovedì di
maggio e rappresenta un quadro di cultura popolare dalle radici
antichissime. Di Nola è stato un instancabile esploratore dell’A
bruzzo contadino negli anni in cui la sua civiltà stava scomparendo
sotto il peso dell’emigrazione e delle trasformazioni industriali.
La vocazione alla ricerca sul campo si rende evidente fin dai primi
studi sui preti operai.
Allo stesso tempo il suo interesse per il folclore è ispirato dalla
riflessione gramsciana sulle culture subalterne. Della sua
sterminata produzione scientifica sono da ricordare «Il diavolo«; l’
«Antropologia religiosa»,; la grande «Enciclopedia delle
religioni», di cui ha redatto la maggior parte delle voci; «La
preghiera dell’uomo»; «Gesù segreto»; «Maometto e l’Islam». Fin
dagli inizi Di Nola intende situare l’indagine sul sacro all’i
nterno dei processi di modernizzazione. Da questa impostazione, che
considera il fatto religioso come un dispositivo simbolico, insieme
sociale e psicologico, atto a mediare il dolore e il caos dell’e
sistenza, trae un modello interpretativo valido su larga
scala.
Le sue ricerche enciclopediche sull’antropologia della morte e del
lutto («La nera signora», Newton & Compton) rappresentano una
insuperata catalogazione delle articolazioni rituali e cultuali
attraverso le quali le società umane addomesticano l’intrattabile
alterità del morire. Ma la bellezza di quel libro monumentale è
anche in una sua diffusa vena descrittiva, che offre allo studioso
una molteplicità di approcci disciplinari. In ogni cultura,
infatti, il rituale funebre serve ai viventi: «L’insieme degli
atteggiamenti intorno alla morte», scrive Di Nola, «dal dolore alla
trasformazione del defunto in antenato benefico, non riguardano il
trapassato il quale, con il decesso, ha posto fine al suo ciclo
biologico, e quindi alla coscienza del suo essere nel mondo. Sono,
invece, fenomeni che attraversano il gruppo e la collettività che
la morte dell’altro improvvisamente e drammaticamente richiama alla
considerazione del proprio dover morire». «Il rituale di San
Domenico» (a cura di Lia Giancristofaro, introduzione di Nicola
Risio, fotografia di Paolo Gizzi, Editrice Rivista Abruzzese, 140
pagine, 30 euro) è un libro ampio e composito, realizzato in
collaborazione con il Centro studi sulle tradizioni popolari di
Chieti che a Di Nola è stato intitolato. Il libro raccoglie alcuni
saggi etnografici di vari autori ed è arricchito da una
significativa collezione di fotografie storiche e rare. I testi
sono firmati da Di Nola, da Mario Santucci, Giuseppe Profeta, Nino
Chiocchio e Ireneo Bellotta. «Il culto cocullese» scrive Di Nola,
«come tutti i fenomeni di carattere popolare, nei secoli è stato
soggetto a variazioni perché i quadri culturali popolari sono
strutture viventi, che passano, come tutte le altre, attraverso
fenomeni di trasformazione degli usi e dei significati».
Nell’antichità i Marsi erano considerati abili maneggiatori e
dominatori di serpenti velenosi. La figura del serparo,
poeticamente evocata da Gabriele D’Annunzio nella «Fiaccola sotto
il moggio», rimanderebbe dunque alla cultura delle genti italiche.
Ma su questo strato si sovrappone, probabilmente intorno al XVI
secolo, la figura di un monaco taumaturgo, vissuto fra il X e l’XI
secolo. Nella lettura proposta da Di Nola il rito cocullese
rappresenta un esempio di sincretismo nel quale osservare la
sussistenza di motivi religiosi arcaici nelle forme della
tradizione cristiana. La stessa sopravvivenza del passato pagano
nella religiosità cristiana si verifica in altri luoghi del
Mediterraneo, ma è difficile ritrovare la medesima sintonia del
rituale con il contesto socio-economico delle culture tradizionali.
Nel rito di San Domenico gli «universi dispersi del mondo
tardo-antico, con le taumaturgie dei serpenti», scrive Di Nola, «si
fondono con una certa rinnovata tradizione cristiana, e il santo di
Cocullo diviene una sorta di eroe mitico che, per il potere
carismatico, consente ai pastori e ai montanari la dominazione
sulla natura avversa, sui rischi ofidici, ma anche su quelli
derivanti dai cani o dalle odontalgie o dai bruchi che invadono i
campi». La plasticità delle formazioni culturali determina una
certa stabilità nel mutamento. Il complesso cultuale di San
Domenico ne è un esempio significativo. Le condizioni storiche in
cui si è sviluppato, appaiono oggi del tutto superate. La finzione
del rituale, ha però conservato un carattere difensivo e
rassicurante contro i pericoli della natura e le incertezza della
storia. Il rito di San Domenico. «Ogni anno la folla è densa e
imponente. E il Santo, uscito dalla chiesa, avanza con difficoltà
nella calca.