Dalla guerra fredda al mondo globale
Il discorso del Presidente della Repubblica
di Giorgio Napolitano
Signori Presidenti, Signori Primi Ministri, Signore e Signori
partecipanti alle iniziative del G8, porgo a voi tutti il più
cordiale saluto della nazione che rappresento nella sua unità, come
vuole la nostra Costituzione.
Il senso dell’ospitalità e lo spirito di amicizia che circondano
questi incontri sono espressione del sentimento comune degli
italiani, a nome dei quali desidero ringraziarvi ancora per il
gesto che avete voluto compiere accettando la proposta del
Presidente Berlusconi di tenere il G8 qui a L’Aquila: un gesto di
grande sensibilità e solidarietà verso le popolazioni colpite dal
terremoto in una città e in una regione a noi molto care.
E il vivo interesse con cui gli italiani guardano, senza
provincialismi, con larghezza di vedute, a questa straordinaria
assise internazionale, riflette la storia del nostro popolo, che
nel corso dei secoli si è più di altri mescolato col resto del
mondo, si è caratterizzato per il cosmopolitismo dei suoi
intellettuali, artisti, scienziati, e ha lasciato attraverso molti
milioni di emigranti tracce durature in tanti paesi dell’Europa e
delle Americhe.
Noi sentiamo che oggi siamo chiamati a fronteggiare insieme un
momento di gravi difficoltà per le nostre economie e le nostre
società e a cogliere una decisiva occasione di cambiamento nella
visione e nel governo del mondo.
Il mese scorso, dinanzi ai capi di Stato e di governo degli Stati
Uniti, della Francia, della Gran Bretagna e del Canada, si è
solennemente celebrato il 65º anniversario dello storico sbarco
delle forze alleate in Normandia: un’operazione che aprì la via
alla vittoria finale sul nazifascismo. Quella che in breve tempo si
sarebbe quindi conclusa era stata una guerra che non aveva
conosciuto confini, che aveva abbracciato tutti i continenti. Gli
spiriti più lungimiranti ne trassero già allora la visione di un
mondo che era divenuto uno solo, la necessità di pensare il futuro
in termini mondiali. Ma lo scenario cambiò ben presto con l’avvento
della guerra fredda, con la divisione del mondo in blocchi
contrapposti: si sfidarono l’Est e l’Ovest, e accanto ad essi prese
una sua fisionomia il Terzo Mondo. Avrebbero dovuto passare dei
decenni perché si riconoscesse da tutte le parti la crescente
interdipendenza che ormai legava le più diverse realtà in un mondo
che appariva di nuovo «uno solo». Lo si sarebbe infine chiamato un
mondo «globale».
La crisi finanziaria ed economica che da un anno stiamo vivendo
costituisce la prova inconfutabile che è con un mondo globale che
dobbiamo fare i conti, che è un mondo globale quello che si deve
governare. Nessun paese e nessun continente può fare da solo.
Nessun direttorio di 7 o di 8 potenze economiche e Stati può
assicurare lo sviluppo mondiale, la salvezza e il futuro del mondo.
Sono entrati in scena nuovi grandi protagonisti e il loro ruolo va
pienamente riconosciuto; e si deve dare voce ai paesi che sono
rimasti più indietro sulla via dello sviluppo, ai popoli più
sfortunati di cui tanta parte vive penosamente nella povertà e
nella fame. Prendiamo allora ispirazione dalle intuizioni e dalle
scelte più lungimiranti che emersero alla vigilia o all’indomani
della conclusione della seconda guerra mondiale, quando nacquero l’o
rganizzazione delle Nazioni Unite e ancor prima le istituzioni di
Bretton Woods. Da allora molto si è costruito, ma non poco,
purtroppo, si è negli ultimi tempi venuto perdendo; come ci dice la
crisi attuale, si sono smarrite regole di comportamento, si sono
oscurate grandi responsabilità comuni, sono cresciuti elementi di
disordine e di ingiustizia che hanno finito per esplodere
provocando danni pesanti alle economie e alle popolazioni nelle
loro parti più deboli.
C’è dunque da porre riparo alla crisi attuale, da rimuoverne le
cause e da evitare che possa ripetersi; tra l’altro, adottando un
complesso di più esigenti regole e standard internazionali per la
conduzione delle attività finanziarie ed economiche. E ciò è
importante anche in rapporto all’obbiettivo supremo del
consolidamento della pace globale. Peraltro, la ripresa e lo
sviluppo delle nostre economie implicano una risposta anche a nuove
e sempre più pressanti sfide, a cominciare dalla salvaguardia dell’a
mbiente di fronte ai rischi del cambiamento climatico. La strada
maestra è quella non solo di intese immediate e parziali, ma della
riforma e del rafforzamento delle istituzioni internazionali, e del
sostegno ai processi di integrazione e cooperazione su scala
continentale e regionale. E’ in questo spazio che l’Europa unita
potrà svolgere il suo nuovo ruolo, nel quale fortemente
crediamo.