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lunedì 22.03.2010 ore 15.53
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Resurrezione

di Bruno Forte (Arcivescovo di Chieti-Vasto)
Era impressionante la lunga fila di bare disposte su quattro fila parallele. Colpivano in modo particolare le piccole bare bianche, appoggiate sopra o accanto a quelle scure, più grandi. E poi, il silenzio di quell’immensa folla venuta a piangere i suoi morti, a stringersi accanto ai loro cari, a meditare, pregare, amare. Si leggeva sul volto di tanti l’inevitabile domanda: perché? Perché queste vite strappate in pochi secondi, nel cuore di una notte di distruzione e di morte? Perché nessun futuro più in questo mondo per tanti bambini e giovani, per tanti affetti veri e profondi, per tanti sogni, già in parte realizzati o ancora da tradurre in realtà? Il silenzio composto della folla, la preghiera comune, il rispetto di tutti, facevano risuonare l’assordante silenzio di quel «perché?».

Non come una protesta o una bestemmia levate contro il cielo, ma come il gemito di un muto dolore, di un’indicibile pena, che andava facendosi invocazione, supplica struggente, attesa. Tutta qui la grandezza e la dignità di questo popolo forte, di questo popolo gentile: saper sopportare il dolore a testa alta; saper credere e amare anche nell’ora più buia; confermare al Dio della vita una fedeltà, scritta nei secoli, raccontata nella vicenda di innumerevoli santi, scolpita nella tenacia degli anziani, nella dignità degli adulti, nella laboriosità di tutti, perfino nei sogni meravigliosi dei giovani.

 In quel Venerdì Santo non potevo non riconoscere nella passione del popolo d’Abruzzo la passione di Cristo. E quando, a sera di quello stesso giorno delle esequie dei morti uccisi dal sisma, decine di migliaia di persone hanno accompagnato con me a Chieti la processione del Cristo morto, le note toccanti del «Miserere» del Selechy mi son parse tradurre il grido del cuore di tutti: «Miserere», abbi pietà, Signore, di questo popolo, di ciascuno, di tutti. Abbi pietà dei morti e accoglili nelle Tue braccia, abbi pietà dei vivi che sono nel dolore di chi ha perso gli affetti più cari o il tutto di una vita. Ed ecco che quel dolore andava esprimendosi in amore, in una solidarietà vissuta, nella gara a fare qualcosa per chi ha bisogno di tutto. Impressionante non solo la folla dei volontari, la macchina dell’organizzazione civile, la presenza della Caritas, ma anche l’umile carità degli stessi terremotati gli uni per gli altri, a cominciare da quanti - feriti dal lutto nel più profondo del cuore - non si sono risparmiati per soccorrere, lenire, curare.


 Verrà il tempo in cui le responsabilità umane nella tragedia dovranno essere accertate e perseguite, come è giusto che sia affinché non si ripeta più che qualcuno muoia perché altri hanno lucrato sugli appalti, costruendo con materiale scandente o senza adeguate misure di prevenzione antisismica. Viene - ed è già ora - il tempo in cui ogni approfittatore della sciagura altrui dovrà essere fermato e reso inoffensivo. L’attuale, però, è soprattutto il momento della prossimità, dello stare accanto vigile e generoso: e questo lo possiamo fare tutti, visitando gli sfollati nelle strutture di accoglienza, portando loro i piccoli aiuti che servono alla vita quotidiana, contribuendo ciascuno col suo sacrificio alle raccolte in atto per l’immediato e per il futuro. L’ora di una carità fattiva, intelligente, organizzata, coordinata dagli indispensabili centri operativi.
 L’ora di un amore in cui i primi bagliori della resurrezione, dopo il compianto del Cristo Morto nei morti e sofferente nei dolenti, stanno profilandosi.
 Qui che accanto alla fede orante e alla carità operosa si affaccia nel nostro popolo martoriato la virtù della speranza: l’Abruzzo messo in ginocchio dal terremoto deve risorgere. Le migliaia di giovani che ho visto in questi giorni, i volti sorridenti dei bambini che mi mandavano saluti e bacetti durante la grande processione del Venerdì Santo, sono già il segno di questa speranza. L’Aquila volerà ancora, alta nel cielo della nostra terra! E noi saremo con lei, con la sua gente, con la nostra gente.
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