Resurrezione
di Bruno Forte (Arcivescovo di Chieti-Vasto)
Era impressionante la lunga fila di bare disposte su quattro fila
parallele. Colpivano in modo particolare le piccole bare bianche,
appoggiate sopra o accanto a quelle scure, più grandi. E poi, il
silenzio di quell’immensa folla venuta a piangere i suoi morti, a
stringersi accanto ai loro cari, a meditare, pregare, amare. Si
leggeva sul volto di tanti l’inevitabile domanda: perché? Perché
queste vite strappate in pochi secondi, nel cuore di una notte di
distruzione e di morte? Perché nessun futuro più in questo mondo
per tanti bambini e giovani, per tanti affetti veri e profondi, per
tanti sogni, già in parte realizzati o ancora da tradurre in
realtà? Il silenzio composto della folla, la preghiera comune, il
rispetto di tutti, facevano risuonare l’assordante silenzio di quel
«perché?».
Non come una protesta o una bestemmia levate contro il cielo, ma
come il gemito di un muto dolore, di un’indicibile pena, che andava
facendosi invocazione, supplica struggente, attesa. Tutta qui la
grandezza e la dignità di questo popolo forte, di questo popolo
gentile: saper sopportare il dolore a testa alta; saper credere e
amare anche nell’ora più buia; confermare al Dio della vita una
fedeltà, scritta nei secoli, raccontata nella vicenda di
innumerevoli santi, scolpita nella tenacia degli anziani, nella
dignità degli adulti, nella laboriosità di tutti, perfino nei sogni
meravigliosi dei giovani.
In quel Venerdì Santo non potevo non riconoscere nella passione
del popolo d’Abruzzo la passione di Cristo. E quando, a sera di
quello stesso giorno delle esequie dei morti uccisi dal sisma,
decine di migliaia di persone hanno accompagnato con me a Chieti la
processione del Cristo morto, le note toccanti del «Miserere» del
Selechy mi son parse tradurre il grido del cuore di tutti:
«Miserere», abbi pietà, Signore, di questo popolo, di ciascuno, di
tutti. Abbi pietà dei morti e accoglili nelle Tue braccia, abbi
pietà dei vivi che sono nel dolore di chi ha perso gli affetti più
cari o il tutto di una vita. Ed ecco che quel dolore andava
esprimendosi in amore, in una solidarietà vissuta, nella gara a
fare qualcosa per chi ha bisogno di tutto. Impressionante non solo
la folla dei volontari, la macchina dell’organizzazione civile, la
presenza della Caritas, ma anche l’umile carità degli stessi
terremotati gli uni per gli altri, a cominciare da quanti - feriti
dal lutto nel più profondo del cuore - non si sono risparmiati per
soccorrere, lenire, curare.
Verrà il tempo in cui le responsabilità umane nella tragedia
dovranno essere accertate e perseguite, come è giusto che sia
affinché non si ripeta più che qualcuno muoia perché altri hanno
lucrato sugli appalti, costruendo con materiale scandente o senza
adeguate misure di prevenzione antisismica. Viene - ed è già ora -
il tempo in cui ogni approfittatore della sciagura altrui dovrà
essere fermato e reso inoffensivo. L’attuale, però, è soprattutto
il momento della prossimità, dello stare accanto vigile e generoso:
e questo lo possiamo fare tutti, visitando gli sfollati nelle
strutture di accoglienza, portando loro i piccoli aiuti che servono
alla vita quotidiana, contribuendo ciascuno col suo sacrificio alle
raccolte in atto per l’immediato e per il futuro. L’ora di una
carità fattiva, intelligente, organizzata, coordinata dagli
indispensabili centri operativi.
L’ora di un amore in cui i primi bagliori della resurrezione, dopo
il compianto del Cristo Morto nei morti e sofferente nei dolenti,
stanno profilandosi.
Qui che accanto alla fede orante e alla carità operosa si affaccia
nel nostro popolo martoriato la virtù della speranza: l’Abruzzo
messo in ginocchio dal terremoto deve risorgere. Le migliaia di
giovani che ho visto in questi giorni, i volti sorridenti dei
bambini che mi mandavano saluti e bacetti durante la grande
processione del Venerdì Santo, sono già il segno di questa
speranza. L’Aquila volerà ancora, alta nel cielo della nostra
terra! E noi saremo con lei, con la sua gente, con la nostra
gente.