IL TERREMOTO ALL'AQUILA
Alfonso, ricordo di un galantuomo
Pronto alla battuta e pieno di sentimenti veri. Da rugbysta a ristoratore
di Giustino Parisse
PAGANICA. Alfonso Tursini se ne è andato. Ucciso
dal monossido di carbonio dentro la roulotte che aveva comprato da
qualche giorno per stare tranquillo, al riparo dalle scosse e dalla
paura. Ieri, quando un amico me lo ha detto, ho avuto un tuffo al
cuore. Alfonso era una di quelle persone che ti basta sapere che c’è
. Garbato, cordiale, pronto alla battuta. Amico pronto a dare,
senza chiedere mai nulla.
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Conoscevo Alfonso da più di venti anni. L’ultima volta che l’ho
incontrato è stato nel mese di agosto. Ero andato a Paganica per
sbrigare le solite incombenze della burocrazia che non si ferma
mai, nemmeno davanti al terremoto e alle tragedie. Avevo
parcheggiato la macchina vicino alla sede, chiusa per inagibilità,
dell’ufficio postale. Stavo percorrendo un breve tratto di strada
fino allo sportello bancario. Lui si stava allontanando. Poi a un
tratto si è voltato per salutare un amico. Mi ha visto da lontano.
E venuto verso di me. Si è fermato a due passi. Mi ha guardato. Poi
mi ha abbracciato. Ha pianto. Mi ha stretto forte. Non mi ha detto
nulla. Si è girato ed è andato via. Questo era Alfonso. Un uomo di
quelli con i sentimenti veri, con l’animo forte anche davanti alle
avversità. Si era temprato da giovane con il rugby. Ricordo che una
delle cose che mi fu affidata dal Centro a fine anni Ottanta del
secolo scorso fu di seguire le vicende sportive del Paganica Rugby.
Alfonso era un pilastro (in tutti i sensi) della palla ovale
paganichese. Quando il Paganica fece il gran salto in serie B e poi
in A2 lui era già un po’ avanti negli anni ma la passione era
talmente forte che se non era in campo era almeno in panchina.
Quando entrava lui, anche se per pochi minuti, era una ovazione. L’h
o poi incontrato molte volte. La sua passione oltre al rugby era la
buona cucina. Per un periodo aveva aperto un ristorante vicino a
Barisciano. Soprattutto d’estate almeno una volta al mese mi
capitava di andare con i miei figli a passare qualche momento di
serenità. Da quel posto si godeva la vista di tutta la valle dell’A
terno e a Domenico e Maria Paola piaceva molto. La sua specialità
erano le pappardelle al sugo di lepre. Siccome io, almeno la sera,
non mangio la pizza, mi facevo preparare un piatto di pappardelle.
Dopo le prime volte non dovevo nemmeno chiedere, era lui che spesso
veniva al tavolo e si presentava già con il piatto pronto.
E alla fine, sapendo già la risposta domandava: «Allora ti sono
piaciute? Eh ma non esagerare, mangiale solo quando vieni da
me».
I miei figli si divertivano molto con quell’omone finto burbero e
tanto simpatico.
Ieri mattina sono andato a casa sua in via Madonna d’Appari. Ma non
come giornalista. C’erano già i miei colleghi sul posto a svolgere
il loro lavoro spesso ingrato ma necessario. Sono andato perché ho
sentito una spinta forte dentro. Ho salutato il figlio Flavio che
dopo il terremoto - insieme a papà Alfonso e a tutta la famiglia -
ha fatto l’impossibile per riaprire la pizzeria a Paganica.
Alfonso sarà un’altra di quelle persone che resteranno scolpite
nella memoria di tutti. Sono contento di averlo conosciuto. I suoi
figli possono essere fieri di quel padre galantuomo.
(05 novembre 2009)