Scompare il rene dopo l'intervento
Arrestato un medico a Pescara
di Enrico Nardecchia
PESCARA. «Non c’è da agitarsi più di tanto, perché
non lo potranno mai dimostrare». Il medico che ha operato per tre
volte una donna malata di tumore, asportandole un rene
apparentemente sano e aggravando, secondo l’accusa, le sue già
precarie condizioni di salute, poi precipitate fino a portarla alla
morte, mentre parla non sa di essere intercettato. Ora è agli
arresti domiciliari, accusato di omicidio colposo, falso per
soppressione, falso materiale in atto pubblico. Il giudice che ha
firmato l’ordinanza ha le carte che raccontano una storia
drammatica. Venuta alla luce grazie al coraggio di una
figlia.
L’inchiesta condotta dagli uomini di
Nicola
Zupo ha preso le mosse in seguito all’esposto presentato
da
Anna Maria Desimio il giorno dopo la morte
della madre
Costanza Vieste, 74 anni, originaria
del Foggiano, avvenuta all’ospedale «Spirito Santo» il 18 gennaio
2007 dopo tre interventi. Causa: uno shock settico.
L’ARRESTATO. Marco Basile, di 50
anni, nato a Roma ma residente a Pescara, zona San Silvestro,
medico della Chirurgia 1, è stato messo agli arresti domiciliari.
Ha lavorato fino a venerdì, quando è stato presente in reparto e
anche in sala operatoria. Poi, invece, ha ricevuto la visita a casa
dei poliziotti della Mobile che gli hanno notificato l’ordinanza
firmata dal gip
Luca De Ninis su richiesta del pm
Gennaro Varone, per il quale «ricorre un
gravissimo quadro di negligenza professionale e di dolosa
alterazione di documenti pubblici. È esigenza assoluta, individuale
e collettiva, umana prima che giuridica e di rispetto per una vita
che non è più, che si conoscano le reali cause di una morte».
IL GIALLO DEI VERBALI. Nel corso delle indagini
sulla morte dell’anziana è emersa, infatti, la falsificazione dei
verbali degli interventi chirurgici ai quali la donna era stata
sottoposta il 23 ottobre 2006 (tumore intestinale) il 27 novembre
2006 (rimozione della causa di un’infezione, secondo l’accusa
dovuta a un errore nell’applicazione dei punti di sutura) e il 6
dicembre 2006 (rimozione di un ematoma). In particolare, quello
relativo alla seconda operazione, del 27 novembre 2006, secondo
quanto riferito dagli inquirenti, sarebbe stato inizialmente fatto
sparire (perché, per l’accusa, conteneva già l’errore commesso in
occasione del primo intervento) e sostituito poi, a indagine in
corso, con un fax. Quando la polizia ha chiesto il verbale,
inizialmente si è sentita rispondere da un dirigente dell’Asl che
non era stato mai redatto «perché si era trattato di un intervento
d’urgenza». Tuttavia, in un secondo momento, il verbale è
ricomparso sotto forma di un fax, ritenuto una copia simulata
«creata appositamente», «nella quale», come scrive il pm, «è
opportunamente taciuta la reale causa dell’infezione». Questo fax
(che riporta la dicitura d’invio: 11-05-07, ore 8,44, dr. Basile,
con un numero telefonico) anziché essere consegnato al giudice è
stato inserito nel registro degli interventi. Soltanto quando il pm
ha disposto il sequestro di tutto il «librone» si è scoperto che un
foglio era stato strappato.
IL RENE MANCANTE. Un grumo di sangue al posto di
un organo sano. I consulenti nominati dal pm hanno rilevato, in
sede di autopsia, che alla donna era stato asportato il rene
sinistro, apparentemente sano. Dalla documentazione acquisita,
però, non risultava alcuna «nefrectomia». Nemmeno la figlia ne
sapeva nulla. Mai nessuno ne aveva parlato. Tale «eclatante
emergenza», come la definisce il pm, ha dato un’accelerazione alle
indagini. Che fine ha fatto il rene sinistro? Gli investigatori
ipotizzano che possa essere stato danneggiato durante uno degli
interventi il che, pertanto, ne avrebbe resa necessaria l’a
sportazione. «Ciò che è certo», dice il pm Varone, «è che il rene,
dai referti radiografici, si evince che fino al 4 dicembre, prima,
dunque, dell’intervento del 6, la donna aveva ancora entrambi i
reni in sede». Uno dei testimoni sentiti ha riferito che, dopo l’a
utopsia, era stato trovato un rene sezionato in un barattolo di
formalina. Secondo l’accusa si è trattato solamente di un tentativo
di screditare i consulenti. Il rene della donna non è stato
trovato. L’origine di quello reperito in ospedale e sequestrato è
ancora da indagarsi.