IL PARTITO DELLE CLINICHE
di Luigi Vicinanza
Una cupola politico-affaristica avrebbe governato
negli ultimi dieci anni l’Abruzzo lucrando sui fondi destinati alla
sanità e alla salute dei cittadini. Prima la giunta di
centrodestra, poi quella di centrosinistra - decapitata ieri dall’a
zione della Procura della Repubblica di Pescara - si sarebbero
spartite tangenti, circa 15 milioni di euro, elargite generosamente
dal “reuccio delle cliniche private” in cambio di disinvolti quanto
stratosferici rimborsi per le sue aziende che altrimenti, di fronte
a controlli rigorosi, non avrebbe mai potuto pretendere.
Questo è l’inquietante quadro accusatorio delineato dal procuratore
Nicola Trifuoggi nel pomeriggio di una giornata drammatica. Lunedì
14 luglio, festa nazionale dei francesi, anniversario della presa
della Bastiglia. In Abruzzo salta la testa politico-istituzionale
del governo locale. E’ una crisi profonda, che viene da lontano,
destinata ad interagire con la già debole economia abruzzese,
infiacchendola ulteriormente oltre ai già noti guasti provocati
dagli sconquassi finanziari internazionali.
Salta questa giunta, come già avvenne nel 1992 all’epoca di
Tangentopoli, e stavolta lo sbocco potrebbe essere lo scioglimento
anticipato dell’Assemblea regionale, primo caso nella quasi
quarantennale storia delle Regioni a statuto ordinario. Ma questo è
un capitolo che riguarda l’incerto futuro. Il presente è deprimente
purtroppo. Stavano affossando la sanità abruzzese, ha denunciato il
procuratore Trifuoggi. E rispondendo al presidente del Consiglio
Silvio Berlusconi, pur senza mai nominarlo, ha negato la tesi del
teorema accusatorio.
Piuttosto “fatti dolorosissimi”, secondo l’accusa, ricostruiti
sulle tracce di una “barca di soldi” finiti nelle tasche degli
arrestati, rimasti “schiacciati da una valanga di prove”. Trascrivo
tra virgolette le parole pronunciate in conferenza-stampa dal
procuratore: è l’autorevole tesi della pubblica accusa, ma fin
quando non c’è sentenza definitiva gli imputati sono da
considerarsi innocenti. E’ un principio fondamentale del nostro
Stato di diritto, da ribadire ancor più quando ci si trova di
fronte a persone che hanno momentaneamente perso la loro libertà.
Non è retorico dire che c’è davvero da augurarsi che Ottaviano Del
Turco, Bernardo Mazzocca e gli altri arrestati riescano a
dimostrare quanto prima la loro innocenza rispetto al carico di
accuse pesanti che è stato loro riversato addosso. Ma la
complessità del nostro sistema giudiziario impone attese di anni
per un verdetto conclusivo; le stesse estenuanti lungaggini
tuttavia non sono consentite a chi ha la responsabilità della
decisione politica.
Ed è un grave fallimento delle classi dirigenti abruzzesi se deve
intervenire ancora una volta la magistratura, con le manette, per
mettere a nudo ciò che è sotto gli occhi di tutti: la sanità
malata. “Il Centro” ancora ieri mattina scriveva che la Regione
rischia il commissariamento per i troppi debiti accumulati, mentre
al pronto soccorso dell’ospedale di Pescara si può fare una fila di
cinque ore per farsi medicare una ferita. Da mesi questo giornale
sta raccontando lo spreco di danaro legato alle cliniche private:
fiumi di soldi fuori controllo, posti-letto che risulterebbero
occupati da tre malati nello stesso giorno, condizionamenti esterni
nelle delicate scelte strategiche.
E’ la politica - intesa in senso nobile, come capacità di governo
di situazione complesse - che avrebbe dovuto porre rimedio a questo
andazzo. Ma non l’ha fatto. Per dolo? O per incapacità? O per
entrambe le cose? Io non so se Del Turco e gli altri hanno davvero
preso le tangenti addebitategli; so però che le migliaia di
miliardi (per continuare a fare i conti in lire) ingoiati dalla
sanità non sono stati spesi negli interessi dei cittadini, ma per
tener su un sistema creato sì dal centrodestra ma poi condiviso in
massima parte dal centrosinistra.
Quel Vincenzo Angelini, l’imprenditore oggi pentito, è apparso come
mente e finanziatore di un vero e proprio governo parallelo della
Regione, capace di condizionare a suo favore scelte delicatissime.
Così di favore in favore l’Abruzzo è la regione italiana che paga
il massimo di tasse locali sul reddito delle famiglie e sulle
attività delle imprese. Chi ha provato a dire basta - anche tra gli
stessi assessori in carica, perché di persone coscienziose ce ne
sono ancora - è stato considerato un fastidioso moralista,
inascoltato e in minoranza. Sulle manette del 14 luglio l’Italia si
sta per l’ennesima volta spaccando tra innocentisti e colpevolisti,
a prescindere.