«Vado via con L’Aquila nel cuore»
La promessa di Obama: «Questa città distrutta sarà ricostruita. Siete un esempio di come reagire alle tragedie»
di Cristiano Del Riccio
L'AQUILA. «Grazie L'Aquila. Sarai ricostruita. Tornerai al tuo
splendore. Non scorderemo mai il coraggio e la gentilezza della tua
gente». Il presidente Barack Obama apre, con un omaggio alla città
devastata da un disastro naturale, il suo bilancio di un vertice G8
dedicato a salvare il mondo da altri disastri, tutti invece di
natura umana. Si è commosso il presidente degli Stati Uniti tra le
macerie della città ferita dal terremoto, così come si è commossa
la moglie Michelle.
«Ci avete dato un esempio di come reagire alle tragedie», afferma
ancora Obama, «sarete sempre nel nostro cuore e nelle nostre
preghiere». Obama ha ringraziato anche «il premier Berlusconi ed il
popolo italiano per la straordinaria ospitalità e il duro impegno
messo nella organizzazione di questo vertice» che il presidente Usa
ha definito molto produttivo. È un vertice dove Obama ha assunto
decisamente la guida su alcuni dei problemi che sono pi vicini al
suo cuore - come il clima, la proliferazione nucleare, la fame nel
mondo - tutti problemi che non possono essere risolti da una sola
nazione: «Occorre rispondere insieme cercando di plasmare il nostro
futuro se vogliamo evitare che siano gli eventi a plasmarlo per noi
sicuramente in modo disastroso».
Ma tutto assume un tocco personale per Obama. Così ai leader
chiamati a decidere in che misura aiutare i Paesi che muoiono di
fame ricorda che suo padre viene dal Kenya, che i suoi familiari
rimasti in quell'angolo di Africa lottano ancora contro la povertà,
che suo cugino non riesce a trovare un lavoro a Nairobi senza
pagare una bustarella: «La fame nel mondo è un fatto personale per
me», ricorda, «è qualcosa che riguarda anche i miei familiari che
vivono in Africa».
A Praga, in aprile, Obama ha espresso la sua visione di un mondo
senza armi nucleari. A Mosca, pochi giorni fa, ha firmato con la
Russia uno storico accordo sul disarmo. All'Aquila ha annunciato un
vertice globale nucleare da tenere in marzo a Washington. Tutti
passi avanti verso la realizzazione del sogno espresso dalla
maglietta pacifista che la figlia undicenne Malia ha esibito nelle
sue passeggiate romane.
La vera sfida adesso all'Iran. Dal G8 Obama ha lanciato un
ultimatum: Teheran ha tempo fino a settembre per cambiare strada
sul suo programma nucleare. Poi la comunità internazionale dovrà
prendere ulteriori azioni: «Non possiamo aspettare all'infinito
consentendo all'Iran di sviluppare un'arma nucleare». A chi gli
chiede se sia deluso che il G8 non abbia prodotto nuove sanzioni
contro Teheran, Obama ha risposto che non era mai stato ipotizzato:
«Abbiamo ottenuto esattamente quello che volevamo qui al G8 cioè
una forte condanna per il terribile trattamento inflitto alle
persone che protestavano pacificamente in Iran dopo le elezioni».
Alla domanda se l'epoca del G8 sia già finita, Obama risponde che
si tratta di una iniziativa nata trenta anni fa che adesso mostra
la corda: «Ma sul formato ideale ci saranno molte discussioni anche
perché nessuno vuole restare escluso. Ho notato che ognuno desidera
il più piccolo gruppo possibile che però non lo escluda», ha
scherzato Obama. «Se un Paese il ventunesimo del mondo allora
chiederà un G21, e così via. Ma non si possono ormai affrontare le
sfide globali senza grandi potenze come Cina, India e Brasile o con
l'assenza di interi continenti come l'Africa o come l'America
Latina. Ma una cosa è certa: ci sono troppi vertici. Bisogna
diminuirli», afferma, «sono presidente da soltanto sei mesi e già
ne ho fatti diversi. Dobbiamo semplificare il calendario e renderli
più efficaci». Al G8 dell'Aquila Obama si è confermato il leader
più carismatico del pianeta: è stato accolto da un applauso dagli
altri colleghi quando si è presentato per la foto di famiglia del
G14. Ha ricevuto in dono una maglietta di calcio del Brasile e un
libro d'arte da 24 chili. Ha giocato a basket e ha stretto la mano
a decine di leader, compreso Gheddafi. Sempre sorridendo, sempre
pronto alla battuta e alla pacca sulle spalle. Ma il momento più
emozionante è stato la passeggiata in maniche di camicia tra le
rovine dell'Aquila: «Non vi scorderemo», ha detto Obama.
Aggiungendo, in italiano, una parola finale: «Arrivederci».
(11 luglio 2009)