«Il nostro compito non è finito»
Lettera di Bertolaso a 6 mesi dal sisma: non mi sento, ma sono aquilano
di Guido Bertolaso
Sei mesi dal 6 aprile. Sei mesi, che sono un soffio e un’eternità
insieme. Un soffio, per chi prepara progetti e li mette in atto,
scontrandosi con la realtà dei tempi tecnici necessari per fare
qualsiasi cosa. Un’eternità, per chi aspetta una normalità che
sembra non arrivare mai, costretto a una vita da rifugiato anche se
ha scelto di vivere a pochi metri da casa, obbligato a far passare
il tempo senza avere il comando dei propri giorni per decidere come
viverli. Come capita sempre nella vita, a distruggere basta un
attimo, per costruire serve tempo. Una città, un territorio sono
come una famiglia, un’impresa, una qualsiasi altra realizzazione
sociale dell’uomo. Quando l’amore non è coltivato ogni giorno,
quando si lavora oggi senza pensare a domani, quando si sta insieme
per motivazioni che un giorno erano chiare, ma su cui non si è
avuto la prudenza di lavorare, qualsiasi crisi può sfasciare tutto
ciò che abbiamo costruito, su cui abbiamo scommesso, che abbiamo
considerato un bene acquisito una volta per sempre.
Le famiglie si dividono, le imprese falliscono. Comincia,
inevitabile, una stagione di ripensamenti, spesso di accuse agli
altri perché non ci hanno capito, non hanno riconosciuto le nostre
ragioni, hanno mandato a rotoli i nostri progetti.
Chi resta da solo e senza risorse, chi si ritrova dall’oggi al
domani senza lavoro, chi si accorge che il racconto delle proprie
esperienze di dramma, col loro strascico di paure e incubi
notturni, ottiene un’attenzione sempre minore, distratta,
svogliata: sono queste le sole persone che possono capire cosa sono
sei mesi nella vita di chi se l’è vista distrutta. Il terremoto, la
distruzione: nulla è più come prima, niente lo sarà mai più.
Il terremoto parte dalla terra e arriva dentro ciascuno, dentro le
famiglie, le comunità, le città, si installa come un ospite non
voluto che è impossibile allontanare. Una presenza che cambia peso
e intensità col passare dei giorni.
I primi sono quelli del lutto, dei soccorsi, dei senzatetto da
mettere al riparo. Poi ci sono quelli della solidarietà, tra chi è
venuto ad aiutare e chi ha trovato rifugio, dell’accoglienza, della
voglia di far festa per ogni piccolo segno di vita buona, come una
scuola che riapre o la nascita di un bimbo che diventa simbolo di
speranza per tutti.
Poi ci sono i giorni duri del tempo che rallenta, delle televisioni
che non hanno più inviati, della routine dei campi che si vive con
il fastidio crescente di essere come separati, da quei teli blu,
dal resto del mondo e dal proprio futuro.
Adesso è il periodo del tempo che non passa, perché ogni entusiasmo
si è raffreddato, e ogni attesa provoca dolore, perché, costretti
dalle cose a essere realisti, a guardare in faccia la realtà per
com’è, arriviamo a non sopportarla più. Anche i fatti positivi che
pure accadono intorno a noi sono condivisi con riserva, se
riguardano altri e non il proprio futuro. Sono centinaia, dopo 6
mesi, le famiglie che abitano case nuove e confortevoli. Sono
migliaia i ragazzi che hanno ripreso la scuola spesso in strutture
realizzate a tempo di record.
Sono sempre meno coloro che ancora non hanno trovato una
sistemazione buona almeno per l’inverno. In 6 mesi l’Italia intera
ha partecipato a realizzare, all’Aquila, strutture che in occasione
di altri terremoti non si sono mai viste o hanno richiesto anni per
essere completate. La Protezione civile e tutte le sue componenti e
strutture operative, decine e decine di imprese al lavoro, hanno
trasformato L’Aquila e i Comuni del cratere in un cantiere aperto
giorno e notte per dare casa e servizi a un’intera città
disastrata.
I primi risultati si vedono, sono concreti, sono reali, ma la
realtà, che pure registra record assoluti di tempestività ed
efficienza, sembra sempre in ritardo rispetto al tempo della nostra
impazienza, della stanchezza che arriva alle ossa perché abbiamo
bisogno di un’aria diversa per respirare, senza misurarci ogni
istante col tempo che, a seconda dei casi e dei ruoli, si traveste
da soffio o diventa eterno sulla nostra pelle. Scrivo queste cose,
a sei mesi dalla catastrofe, perché non mi sento ma sono aquilano,
non mi sento ma sono terremotato, perché vivo da quel giorno gli
stati d’animo, le ansie e anche le speranze di chi vive qui, nelle
condizioni che il sisma del 6 aprile ha disegnato.