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domenica 14.03.2010 ore 18.58
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«Crolli, chiederemo di celebrare i processi in un’altra sede»

Intervista all’avvocato Attilio Cecchini «Per la difesa all’Aquila non c’è un clima sereno»
di Giustino Parisse
L’AQUILA.Attilio Cecchini è nato all’A quila nel 1925. Ha iniziato l’attività di avvocato nella sua città e poi nel 1950 è andato in Venezuela con l’amico Gaetano Bafile. Insieme hanno fondato la Voce d’Italia, battagliero giornale rivolto agli emigrati italiani che prima uscì come settimanale e poi diventò un quotidiano che ancora oggi viene pubblicato ed è guidato dai figli di Gaetano Bafile scomparso poco più di un anno fa. Tornato in Italia nel 1960 ha continuato l’attività di avvocato occupandosi dei più importanti processi degli ultimi decenni fra cui quello in cui fu coinvolta la giunta regionale nel 1992 e il processo Perruzza.

L’AQUILA. Attilio Cecchini, avvocato, giornalista, e autore fra l’altro di una indimenticata guida alla città scritta insieme a Luigi Lopez, oggi ha 85 anni. Questa mattina come fa da decenni sarà in un’aula di tribunale a sostenere davanti a un giudice la difesa di una persona finita nelle maglie della giustizia.
Cecchini è uomo che da sempre dice quel che pensa (anche a rischio della vita come gli accadde in Venezuela negli anni Cinquanta quando con i suoi scritti su «La Voce d’Italia» e sui giornali italiani di cui era corrispondente combatteva e denunciava i soprusi del regime venezuelano) pur consapevole che questo potrà farlo diventare bersaglio di critiche e suscitare polemiche.
Nell’intervista che segue ci sono alcuni passaggi, su come ricostruire e sulle indagini giudiziarie relative ai crolli, che sicuramente faranno discutere.

Avvocato Cecchini, cosa ricorda della notte del sei aprile, lei dove era al momento della scossa?
«Io ero a casa in via Cascina, nel palazzo che fa angolo con via Roma a fianco a Palazzo Carli. Ero tranquillo. Non ho sentito né la scossa intorno a mezzanotte, né quella dell’una. Anzi mia figlia, dopo la prima scossa mi ha raccontato di essere entrata in camera mia e ha visto che dormivo profondamente. Alle 3.32 non sono stato svegliato dalla scossa ma da un sibilo fortissimo. Ho avuto la prontezza di balzare dal letto e uscire dalla porta a due metri da me. Un attimo dopo è caduto il soffitto e più tardi è stato trovato, sul mio letto, senza vita, un caro amico che abitava al piano di sopra. Anche nella camera di mia figlia era tutto crollato, l’ho chiamata e lei mi ha risposto. Una trave l’ha protetta per tre ore fino all’arrivo dei vigili del fuoco che l’h anno tirata fuori. Adesso abito a Pettino in una casa che pure ha subìto danni ma che sono riuscito a ristrutturare, a mie spese, in tempi brevi e dove ho allestito il mio studio e ho ripreso a lavorare».


Nella sua lunga esperienza di avvocato, ma anche di persona sempre attenta alle vicende cittadine, ricorda di essersi occupato qualche volta di problemi inerenti il rischio sismico con riferimento al centro storico dell’Aquila?
«No mai. In qualche piccolo processo in pretura a volte sono state affrontate questioni relative ad abusi edilizi con ricadute anche sulle normative antisismiche ma mai nulla di significativo. E’ come se il problema prima del sei aprile non ci fosse».

Lei, in un bel saggio, pubblicato all’inizio del libro «Il nostro terremoto» di Angelo De Nicola scrive una frase - che mi ha colpito molto - a metà fra storia e attualità. Lei dice: le dimissioni da Papa di Celestino V sono il gesto più aquilano della storia. Può dare una chiave di lettura di questa sua affermazione?
«Innanzitutto il gesto di Celestino non lo considero un atto di viltà. Anzi il suo accettare la nomina - in un momento turbolento della storia in cui si contrapponevano la chiesa della carne e la chiesa spirituale - fu un atto di grande coraggio. Quando poi si vide tirato per la giacca da un lato da Carlo d’Angiò e dall’altro della Curia romana lasciò per non essere coinvolto in quei giochi. L’Aquilanità è allo stesso tempo fierezza e insolenza. Celestino - come scrivo in quel saggio - perse la pazienza per gli intrighi della Curia e mandò tutti al diavolo tornandosene a fare l’ eremita. Fu un gesto di grandissima indipendenza morale. L’A quilanità dunque può essere una grande forza ma anche una grande debolezza a seconda che prevalga la fierezza o l’insolenza e quindi l’aquilanità aurea o l’aquilanità di latta».
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