«Attualità orrenda Meglio il teatro che è paradosso»
di PAOLO DI VINCENZO
«U
na commedia deliziosa, un po’ plautina, ma non ha niente
a che fare con l’attualità. Il tempo che viviamo oggi è orrendo e
accostare questo lavoro a ciò che accade è terribile». Carlo
Giuffrè, napoletano, 81 anni compiuti il 3 dicembre, è in questi
giorni in Abruzzo con «I casi sono due», di Armando Curcio. Dopo
averla già presentata a Pescara (a dicembre per la Società Barbara)
la commedia arriva nel circuito Atam, Associazione teatrale
abruzzese e molisana.
E dopo Vasto e Ortona lo spettacolo sarà questa sera,
alle 21, al teatro dei Marsi di Avezzano e domani, sempre alle 21,
al Caniglia di Sulmona. Giuffrè, interprete e regista, parla con il
Centro prima dello spettacolo ortonese e taglia subito corto sui
possibili paralleli con l’oggi.
«Guardi, se la commedia fa pensare all’attualità non me ne frega
niente, anzi mi dispiace. Ogni volta che si fa una commedia tutti
dicono è attuale, ma chi se ne frega? L’attualità è dura come una
pietra, non filtra il teatro vero, il paradosso, la commedia. La
verità è che in Italia non c’è teatro».
Perché dice questo?
«Ma perché è vero. Da metà Settecento a oggi abbiamo
avuto, noi italiani, solo tre autori: Goldoni, Pirandello ed
Eduardo. Non abbiamo nessuno, non abbiamo la nostra identità
drammaturgica, come per esempio l’hanno gli inglesi. La Commedia
dell’arte era strepitosa, e fece dire a Molière: “Devo tutto ai
commedianti italiani”. E sa che succedeva a quel tempo? Che siccome
i soldi non arrivavano dallo Stato, ma solo dal pubblico pagante,
se il pubblico non arrivava il giorno dopo ci si inventava
qualcosa. Ed erano straordinari. Oggi si dice farsa e sembra quasi
un aggettivo di poco conto, ma questi parlavano della fame che c’e
ra, della fame vera, che vivevano. Noi italiani sembra non abbiamo
più niente da raccontare della nostra storia. Tranne quello che
arriva fino ai De Filippo. Io che ho recitato tutto, da Shakespeare
in poi, quando chiamo sul palco i miei colleghi Jack, Mary, è
strano. Quando li chiamo con i nomi italiani, vedo che il pubblico
si diverte di più, gli spettatori sentono i personaggi più vicini a
loro».
I casi sono due fu un successo dei fratelli De
Filippo.
«Sì, e nella mia interpretazione piacque molto a Federico
Fellini, che lo vide tre volte e mi scrisse una lettera: “Ecco il
teatro, quello vero, che funziona da sempre, come una bella festa
fra vecchi amici con cui stai subito bene (...) nutrendo la
speranza che tutto ciò che di spensierato, allegro, buffonesco,
patetico, assurdo e straziantemente umano hai visto accadere su
quel palcoscenico, spente le luci e uscito dal teatro, tu possa
ritrovarlo fuori nella vita!”. Per questo rimetto in scena la
commedia, perché piacque molto allora ai critici e al pubblico,
piacque anche quando la ripresi nel 1992 e sono certo che piacerà
anche questa volta».
Ma lei non ha mai pensato di scrivere una commedia?
«No, io so trarre dalle commedie il meglio, certo, ne
faccio un aggiornamento, con la nostra lingua, ma scrivere non è
per me. Perché? Perché non ho l’idea centrale».
Sul palco, con Carlo Giuffrè una signora del teatro come Angela
Pagano. «I casi sono due» è ambientata a Napoli, nella casa del
barone Ottavio e di sua moglie Aspasia. I due, ormai anziani,
sentono la mancanza di un figlio. Spinto da questo sentimento, il
barone incarica un investigatore di ritrovare un suo figlio
illegittimo, nato da una passione giovanile e prematrimoniale per
una cantante. La sorpresa di Ottavio è grande quando gli viene
comunicato dal suo incaricato che il figlio tanto cercato e per
anni ignorato è in realtà Vincenzo Esposito, interpretato da
Ernesto Lama, scontroso e rozzo cuoco al servizio dei baroni.
(14 gennaio 2010)