di Yvonne Frisaldi
CHIETI. I tagli del personale in esubero ci saranno, ma non per colpa dei cinesi. Parola dei dirigenti della Sixty group, azienda di abbigliamento italiano con quartiere generale a Chieti che ieri, ospite di Confindustria, ha lanciato la controffensiva alle accuse mosse dai sindacati.
Oggetto del contendere l'arrivo (e non solo fisico) della delegazione cinese che rappresenta Trendy international (Trendiano), gruppo di abbigliamento di medio calibro (almeno per gli standard cinesi con 3.500 dipendenti e 1.500 negozi), entrato di recente nel capitale di Sixty Far East, controllata asiatica di Sixty. Operazione interpretata dalla Filctem-Cgil come un tradimento. «Insistiamo nel dire che l'azienda è scorretta nei confronti dei lavoratori perché mente sapendo di mentire. Noi» dice
Giuseppe Rucci «non siamo contrari all'acquisizione di un partner cinese, ma solo se dovrà occuparsi della parte commerciale dell'azienda. Ma sappiamo che non è così».
Non a caso, questa mattina a partire dalle 8,30, in concomitanza con l'arrivo in città dei partner cinesi, è stata confermata la manifestazione di protesta dal titolo inequivocabile: «Welcome to you and goodbye to us». «La verità è che l'azienda vuole trasferire anche la forza produttiva sul mercato asiatico a discapito dei 250 operai che verranno mandati a casa» commenta il segretario provinciale della Cgil «non conosciamo i contenuti del piano industriale, ma la nostra senzazione è che Chieti non verrà affato potenziata, semmai lentamente smatellata: la chiusura del magazzino di
materie prime non è che il secondo passo dopo i licenziamenti in
programma». I timori del sindacato dunque riguardano l'espatrio del
«know how», ovvero delle conoscenze e abilità operative necessarie
per garantire l'organizzazione aziendale.
Eventualità smentita categoricamente dai vertici della Sixty.
«Questa azienda non parlerà cinese» puntualizza
Michelle
Lhoste, direttore generale della Sixty subentrato a
Wicky Hassan, anima creativa e cofondatore del
gruppo recentemente scomparso a 56 anni «saranno loro a prendere
come modello la nostra cultura della moda» sostiene il dirigente di
origine francese, «il made in Italy per Sixty è Chieti e qui deve
restare come cuore pulsante di tutta l'attività creativa». Per
l'amministratore delegato,
Piero Bongiovanni, che
ha raggiunto telefonicamente la sede di Confindustria dove erano
presenti anche
Domenico Gentile direttore generale
delle Risorse umane, direttore e presidente di Confindustria Chieti
Paolo Primavera e
Pietro Rosica,
«con questo accordo il gruppo Sixty intende rafforzare la presenza
in Asia dei marchi Miss Sixty, Energie e Killah e incrementare la
competitività a livello internazionale, grazie anche alla
costruzione di un cospicuo vantaggio competitivo in termini
produttività».
In effetti i marchi Sixty possono contare su una rete di
distribuzione già ampia: una rete di 11mila punti vendita wholesale
in una novantina di Paesi del mondo. Il retail vanta 380 negozi
monomarca, tra flagship store, negozi di proprietà e in
franchising. Ma è adesso che l'avventura asiatica entra nel vivo
con ripercussioni, su territorio nazionale ancora tutte da
scoprire. «Vogliamo dissipare le preoccupazioni espresse dai
sindacati» aggiunge Bongiovanni «non tradiremo mai l'Abruzzo e
Chieti, ma abbiamo bisogno di lavorare tutti serenamente». Anche
Lhoste tenta di dissipare i timori espressi dal sindacato. «A breve
verrà presentato il piano aziendale che coprirà il 2015. Non
vogliamo nasconderci dietro un dito, gli esuberi verranno tagliati,
ma il nostro obiettivo resta quello di potenziare il cuore della
creatività della Sixty che per noi è e resterà a Chieti».
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17 gennaio 2012
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