Truffa, rispondono al Gip e restano in cella

Associazione per delinquere. Interrogatorio di garanzia per due arrestati

      CHIETI. Rispondono alle domande, si difendono in qualche modo, ma restano in carcere. Ieri mattina, nel corso dell’interrogatorio di garanzia sono state sentite due delle quattro persone colpite da ordinanza di custodia cautelare per un giro di truffe ai danni di aziende commerciali. Operazione firmata dai carabinieri di Chieti e Penne. Il primo a essere sentito dalla Gip Marina Valente (che ha sostituito il collega Flamini assente per fatti privati), è stato Rocco Paravia, assistito dall’avvocato Giuseppe Pagano.

    «Ha risposto alle domande generiche poste dalla dottoressa Valente. Ma alla fine non si è entrati nella sostanza dei fatti», ha detto il legale, «tanto che si è ritenuto non inoltrare alcuna istanza di scarcerazione. Aspettiamo, per questo, il ritorno del dottor Flamini», il Gip che ha firmato le ordinanze richieste dalla procura. L’avvocato Giuseppe Pagano difende anche il fratello di Rocco Paravia, Alessio, 33 anni, originario di Guardiagrele ma domiciliato a Francavilla e la sua compagna, Alessandra Di Tullio, 38 anni, di Sant’Eufemia a Maiella, questa agli arresti domiciliari perché madre di una bimba di un anno.

    Il primo sarà ascoltato oggi sempre dalla giudice Valente mentre la donna lunedì. Per Di Tullio il tempo concesso dalla legge per l’interrogatorio di garanzia è di 10 giorni, essendo la donna agli arresti a casa.

    «Ha risposto, si è difeso», stessa laconica risposta quella della avvocatessa Rossana Semola che assiste Giuseppe Damiani
    . Ma sembra che l’indagato abbia escluso qualsiasi coinvolgimento nella vicenda. L’indagato ha sottolineato che, essendo esperto di computer e elettronica, sarebbe stato chiamato per valutare la bontà del materiale acquistato. Del resto non sapeva nulla.

    Tutti sono accusati di associazione per delinquere finalizzata alla truffa. L’ammontare degli affari valutato dai carabinieri, che hanno indagato dal luglio del 2006, è di circa 800 mila euro. Secondo le accuse i quattro costituivano associazioni fittizie attraverso la falsificazione di documenti. A capo delle società, che spesso erano già esistenti, mettevano teste di paglia più o meno consapevoli e facevano ordini a imprese commerciali di vario genere e anche di una certa caratura (abbigliamento, mobili, computer, telefonia e macchine). Per il pagamento venivano usati assegni post datati, ricevute bancarie, che sistematicamente non avevano una copertura bancaria. Il materiale così acquistato veniva rivenduto o entrava a far parte del patrimonio dei quattro indagati. Molti collaboratori sapevano del giro e pur di avere un guadagno si prestavano fare da prestanome con la prospettiva di raggranellare un po’ di soldi. I carabinieri hanno accertato che alcune imprese sono state truffate anche più di una volta. Ma sono cadute nella trappola perché ogni società aveva un prestanome diverso.

    Gli uomini arrestati agli investigatori non risultano avere un lavoro ufficiale. L’unica persona che aveva una attività era la donna titolare di un negozio di telefonia allo scalo (ora chiuso). Attività che usava ad hoc per procurarsi carte di identità, patenti, che richiedeva anche per una ricarica di cellulare, che poi sarebbero servite a falsificare i documenti utili per fare gli acquisti. (k.g.)
    13 febbraio 2009
     

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