Il Caffé sul corso più amato dai teatini punto di incontro per artisti e politici
di Oscar D’Angelo
CHIETI. «E’ piacevole incontrarsi in un luogo civile e elegante come questo». E’ la dedica apposta il 29 maggio 1999 da
Giorgio Napolitano sull’album dei ricordi del Caffè Vittoria. L’attuale capo dello stato, alla vigilia della sua nomina a presidente della commissione per gli affari costituzionali del Parlamento europeo (giugno 1999) esattamente sette anni prima della sua ascesa al Quirinale (10 maggio 2006), entra dunque a far parte della storia della città. Una firma illustre, allora apposta nel contesto di un appuntamento elettorale (elezioni europee del 13 giugno 1999), ma di fatto rivelatasi collante tra società civile del capoluogo teatino e istituzioni visto lo spessore politico dell’undicesimo presidente della repubblica italiana.
LUOGO DI RITROVO E CAFFE’ LETTERARIO Dunque un luogo di ritrovo, insieme caffè letterario agli inizi del secolo scorso e vetrina dei costumi e delle tendenze della città fino ai nostri giorni, eletto a simbolo di trasformazioni sociali da filtrare con la chiave di lettura della tradizione. Si conclude con la foto d’epoca dei “portici del palazzo provinciale”, nel particolare dell’ex Gran Caffè Roma, la rassegna dedicata dal Centro ad alcuni degli angoli più suggestivi della città. “Chieti com’era” ci ha accompagnato per cinque appuntamenti: piazza Valignani, corso Marrucino, Seminario pontificio, cattedrale di San Giustino e ora “i portici”. Una chiusura che traghetta le ricognizioni storiche e artistico-archeologiche delle puntate precedenti in uno spaccato che più da vicino coinvolge i teatini nel loro modo di fare, di pensare e
interagire.
- I PORTICI DEL CORSO VISTI DAI TEATINI La
presenza dello storico esercizio nella porzione di porticato a
destra dell’asse viario di corso Marrucino, a propria volta
ricalcante il percorso urbano della strada consolare Tiburtina
Valeria, direzione piazza Trento e Trieste - piazza Valignani, ha
di fatto prodotto una limitazione territoriale del concetto di “
portici”, laddove per i teatini quando si parla di tale struttura
architettonica ci si riferisce unicamente a quelli, per l’appunto,
del Caffè Vittoria. L’eventuale specifica (portici dell’ex Upim,
del Banco di Napoli, dell’ex Caffè Colombo, della Camera di
Commercio) è utile per individuare altri qualificati punti di
ritrovo ma non ha il pathos della semplice espressione: “ci vediamo
sotto i portici”. Se il teatino non precisa, i “portici” non
possono che essere quelli del palazzo provinciale.
- NEL 1914 IL PROGETTO DELLA PROVINCIA Corre il
1914 quando cominciano i lavori dell’edificio, su progetto dell’i
ngegner Giulio Mammarella. L’amministrazione provinciale ha da poco
portato a termine una lunga trattativa con l’arciconfraternita del
Santissimo Rosario, proprietaria del convento che ingloba la chiesa
in uso dal 1200 dai padri domenicani, per acquisire il vecchio
stabile su cui edificare il nuovo immobile nell’ambito del progetto
di riqualificazione viaria avviato dal Comune, con la previsione
dell’allargamento del corso. L’arciconfraternita accetta la permuta
della chiesa con quella degli Scolopi (attuale San Domenico) e
così, nel 1928, viene formalmente inaugurato il palazzo della
Provincia con i suoi portici neoclassici che assorbono in una
prospettiva di raro impatto architettonico anche l’immobile della
Banca d’Italia. Il riassetto urbano produce la valorizzazione della
odierna piazzetta Martiri della Libertà, ove ha sede la succursale
di città della Cassa di Risparmio, ingentilita dalla qualificata,
attigua presenza dello splendido palazzo Majo (1760-1886) di
proprietà della Fondazione Carichieti. Le fondamenta dell’intero
complesso poggiano sui magnifici ambienti ipogei (IIIº secolo
d.C.), principale espressione della città romana sotterranea,
riconvertiti durante l’ultimo conflitto in rifugio antiaereo.
- COMINCIA NEL 1920 LA STORIA COMMERCIALE E
torniamo alle vicende dell’ex Gran caffè Roma. Vincenzo
Melocchi, commerciante di Pizzoferrato, con il socio
Granchelli, inaugura nel 1920 l’omonimo caffè dopo aver aperto, un
anno prima, il Caffè Colombo. Nel 1922 i teatini
Romiti e Caniglia rilevano l’e
sercizio che fino al 1936 si chiamerà Gran caffè Roma. Con la
proclamazione dell’impero fascista (9 maggio 1936) il locale viene
ribattezzato Gran Caffè Vittoria. La concorrenza con altri famosi
caffè (lo stesso Colombo, il Barattucci, l’Impero) è discreta e
segue i ritmi concilianti dello “struscio” (la passeggiata) lungo
corso Marrucino. Nel biennio 1936-1938 si concludono le intese per
un altro passaggio di proprietà. Così Raffaele Del
Grosso e Giuseppe Granata, parrucchiere
per uomo e commerciante di mobili con botteghe nel prospiciente
palazzo Lepri, abbattuto negli anni ‘60 per far posto al moderno (e
dal traumatico impatto architettonico) palazzo ex Upim, avviano la
tradizione contemporanea del caffè che, considerate anche le
gestioni dei loro rispettivi figli, Giampiero (al
quale nel 1983 subentreranno i fratelli Ricci) e
Giustino, si protrarrà sino al 1988, anno in cui
il Vittoria è rilevato dall’attuale proprietario, Roberto D’
Orazio.
«Fin da piccolo», dice il sessantunenne commerciante teatino,
figlio d’arte (i genitori aprono nel dopoguerra la pasticceria
storica D’Orazio di Vico San Ferdinando), «ho avuto il desiderio di
gestire il Vittoria o, in alternativa, il Colombo, locali che mi
affascinavano. Ora il sogno è divenuto realtà, scelta impegnativa
che rifarei, sono orgoglioso di essere teatino e di proseguire una
tradizione che si identifica con parte della storia di questa bella
città».
14 ottobre 2007